BiancaSperandio

romanzo
venerdì, 01 agosto 2008

Capitolo XXVI


-Di necessità virtù-



"Signora Anita, mi scusi se la disturbo. Stamattina il postino m'ha lasciato in portineria questa per lei. V'è l'indirizzo dell'osteria ma a quell'ora non v'era nessuno e ha pensato di darla a me e m'ha pregato di consegnarla a lei. Ci si conosce da una vita, sa?”

Orlando se ne rimane timido sulla porta. Mi allunga una busta avorio. Mi alzo dal pavimento dove sto visionando dei campioni di pittura per scegliere il colore delle pareti. Intorno a me l'operosità di una serie di manovali. In sottofondo una radio gracchia canzonette.

Grazie Orlando. La prego di dire al postino che provvederò a fornire il portone di una cassetta per la corrispondenza

Non riconosco la calligrafia nervosa, spigolosa.

Anita Bernardi,
Osteria di Piazza Garibaldi 3
Ponte alla Vigna

Mi è dispiaciuto sapere di tuo padre.
Sarò a Ponte per il week end del 12 Novembre.
Pranzerò dal Genovese, ricordi?
Se vuoi raggiungimi lì.
I.”

Ida.

Mi ero dimenticata di averle scritto di papà. É passato più di un mese.

E ora mi dà appuntamento. Sono anni che non la vedo. Credo siamo più di quindici.
L'ultima volta la incrociai per strada proprio qui. Ci salutammo con un cenno. Annina dormiva nel passeggino ed io stavo camminando insieme a mamma e papà sul lungo fiume.

Infilo la lettera nella tasca dei jeans e continuo a visionare colori. Ci penserò più tardi.



Quando arrivo al ristorante sono da poco passate le due.

La vedo appena varcata la soglia del vecchio e lussuoso locale nel centro cittadino. Se ne sta seduta sola al tavolo dell'angolo, incorniciata da due finestre che fanno entrare una luce lattea e fredda.

E' spaventosamente magra. I capelli tagliati in un carré sale e pepe, il viso affilato. Indossa occhiali da sole a causa, immagino, della nebbia che diffonde una luminosità aggressiva. Un semplice tailleur grigio perla fa risaltare il pallore del viso.

Mi accorgo che mi ha vista quando mi fa un cenno con la mano. Non sorride.

Mi avvicino chiedendomi cosa mi riserverà questo incontro.

Si alza e mi bacia sulle guance. Sembra così gracile e minuta.

Che fine ha fatto la ragazza tutta curve sinuose e sensuali della mia adolescenza?

Non sei cambiata. Hai solo quelle villane rughe intorno agli occhi. Se non ti ho riconosciuta subito è per via dei capelli. Non ti ho mai vista con un taglio così corto. Sembri un ragazzino attempato. Scusa se non mi tolgo gli occhiali ma questa luce è pessima. Mi chiedevo se saresti venuta. Mi è dispiaciuto sul serio per tuo padre. Eh, la vita sa essere così ingiusta. Ho saputo che hai deciso di riaprire l'osteria. Me lo ha detto Maria Grazia. Ogni tanto ci sentiamo. L'ho chiamata la scorsa settimana. Neanche lei sapeva di tuo padre. Non sei mai stata molto brava a mantene vivi i rapporti. Comunque ti saluta. Ha parecchio da fare con quei suoi terribili figli. Tre maschi di cui due gemelli. Povera.. E quindi te ne torni al paesello. E tuo marito? Ti sarai stancata di quella palla al piede. Sì lo so, lo so. E' stata sempre Mari a dirmi di lui. Tu certo non me ne hai mai parlato. Sono anni che non ci vediamo o sentiamo. A proposito, ora tua figlia dovrebbe essere una ragazzona. La vidi solo una volta, talmente tanti anni fa, addormentata dentro quel passeggino bianco, di bianco vestita e con i boccoloni biondi. Sembrava un cherubino paffuttello. Mi fece una rabbia allora che neanche ti fermasti a dirmi due parole. Era da prima della morte di Lore che non ci si parlava e pensavo che in quel caso ti saresti fatta viva. Invece nulla. Ti cercai al funerale ma non venisti. C'era una marea di gente. Mia madre monopolizzava l'attenzione con i suoi malori e lamenti. Sempre stata molto teatrale, ricordi? Ed io ti cercavo in chiesa tra la folla di teste. Ti ho cercata anche al cimitero. Faceva un freddo cane. Avrei voluto vederti soffrire e piangere per lui come stavo facendo io. Invece sei rimasta lontana ed anche quella volta mi hai lasciata sola. Una cosa molto ricorrente con te. Non facevi altro che mollarmi lì. Da sola. La tua assenza è stata la costante della nostra amicizia. Quando finalmente riuscisti a catturare l'attenzione di mio fratello in un colpo solo persi te e lui. Diventaste una cosa sola. Non avevo più la mia migliore amica con cui confidarmi e passare il tempo perché appena possibile te ne stavi appiccicata a lui e lui era diventato il tuo confidente, il tuo amico. E avevo perso anche Lorenzo che non si occupava più di me preso dietro ai tuoi capricci da ragazzina di buona famiglia. Appena tornava a casa si precipitava da te. Ed io sono rimasta sola. A vedervi tubare in modo svenevole. Arrivavate a casa a qualsiasi ora ed invadevate tutto lo spazio. Vi sentivo entrare dal primo piano, vi spiavo dalle scale. Sempre così innamorati, sempre così mielosi. Forse per questo non ti dissi nulla delle puntate che Lore faceva nel mio bagno prima di venire da te. Si copriva i succhiotti che quelle cretine gli lasciavano addosso usando il mio fondotinta. E tu eri veramente un'allocca a non accorgerti di nulla. Si portava addosso quelle sciarpette, ricordi? strette intorno al collo per nascondere i lividi della passione di quelle puttanelle. Non aveva rispetto neanche per il male che avrebbe potuto recarti. E tu eri cieca ma cieca, neh. Ebete direi. Avevi questa espressione appagata. Sai le volte che avrei voluto scuoterti e dire – scema, apri gli occhi – ma non ho mai osato. E ho pagato cara questa incapacità. Quando lo scopristi te la prendesti anche con me. Non ti si parlava. Sembravi una furia. Non sentivi ragioni, avevi il tuo puro orgoglio ferito. Eravamo tutta gentaccia. Anni di amicizia spazzati via con un gesto delle tue manine. Ah scusa. Parlo parlo e non ti ho neanche offerto da bere. O sei tuttora astemia? Hai mangiato? Vuoi che ordini qualcosa? Fanno degli ottimi primi qui. Sei sempre stata una buona forchetta. Mangiavi come uno scaricatore e non mettevi su un grammo su quelle ossa. Mi facevi una tale invidia. Io me ne stavo perennemente a dieta per paura di diventare una matrona come mia mamma e ingrassavo solo respirando. Che fatica rimanere snella. Te invece neanche ci pensavi. Non pensavi proprio, allora. Ti facevi i tuoi film e non ti accorgevi di nulla. Ti barricavi dietro le buone maniere che ti aveva inculcato tua nonna sparando giudizi a destra e manca. Vivendo di luoghi comuni e proverbi. Ma ti volevo bene, sai? Come a una sorella. Invece mi hai portato via l'unico fratello che avevo. Ve ne stavate chiusi nel vostro mondo a due esiliando me. Le poche volte che mi inglobavate nella vostra sfera mi sentivo solo una testimone del vostro amore romantico. Ti ricordi quella volta che andammo tutti e tre a Bologna con la due cavalli di Lorenzo? Che risate! Fu una giornata bellissima. E poi che casino mettesti su quando ti accorgesti delle sue amichette. Era disperato. Non sapeva come agire. Me lo trovavo in lacrime davanti e mi chiedeva cosa fare. Mi diceva – Didi pensaci tu, parlaci tu, dille tu che mi dispiace -. Ma tu non ascoltavi nessuno. Andò anche a parlare con tuo padre una sera tardi all'osteria. Non c'era un'anima. Entrò solo ed io lo attesi fuori ma ascoltai da dietro la porta socchiusa. Pietro gli diceva di lasciare perdere che era inutile, eri dura come il cemento, testarda come tua madre. Che gli dispiaceva, che voleva bene a Lorenzo come a un figlio e sapeva che era un bravo ragazzo ma era troppo giovane e doveva pensare ai suoi studi e magari dopo qualche mese saresti diventata più ragionevole. Invece così non è stato. Te ne sei andata a Milano a studiare i tuoi amati numeri e lui ha continuato la vita da flaneur a Bologna. Io ho trovato subito lavoro come segretaria in una grande azienda del nord est e così le nostre esistenze si sono separate. E lui si è andato ad ammazzare in quel modo stupido. Ma veramente una morte da imbecilli. Era sconvolto dall'abbandono di quell'arpia di Giulia che lo aveva mollato così. Senza possibilità di appello. E guarda che lui si era comportato bene bene con lei. Ma lei era una diva. Faceva l'attrice, lei. Figurati. Si sono sposati così. Incoscienti. Lorenzo era un immaturo. Incapace di un qualsiasi controllo. Uno scavezzacollo. Quando ci annunciò che si sposava con l'attricetta bolognese mia madre tra un po' ci rimase secca. L'avvocato invece non commentò. Come al suo solito. Se ne è sempre fregato di noi. Non ci mancava nulla, è vero. Ma lui se ne stava di lato alle nostre vite. Chiuso nel suo studio. L'importante era non disturbarlo. Anche ora quando vado a trovarlo nella casa di riposo che si è scelto sembra sempre lo disturbi. Ha preferito una di queste strutture super lussuose che starsene a casa mia. Eppure non gli sarebbe mancato nulla, tantomeno lo spazio. Tommaso si era proposto di far costruire una dependance in giardino per lui, era disposto a farla fare come desiderava l'avvocato ma lui nulla. Dice che ha abbastanza soldi da pagarsi la pensione. Al massimo vende la villa qui. Da quando poi il figlio di Tommaso se ne è andato la casa è enorme e vuota. Non che prendesse molto spazio. E' un ragazzo terribile. Credo pensi sia colpa mia se sua madre si è imbottita di barbiturici fino a morirne. Era un ragazzino allora e non mi ha mai accettato. Non mi perdona di essere stata l'amante del padre per anni prima che sua madre avesse il buon gusto di mettere fine ad una vita sprecata nel nulla. Inutile. Anche lei era solo un'egoista. Se ne fregava del figlio e di suo marito. Era un essere futile e vacuo. Frivola fino in fondo all'anima. Ed io sono stata nell'ombra per anni. Pensi sia stato facile? Anni di briciole. Tutte le feste passate da sola in attesa di una telefonata, i fine settimana interminabili attendendo il lunedì per poter tornare in ufficio e vederlo. Vivere un cliché così banale come quello della relazione poi non tanto segreta tra il capo e la sua giovane segretaria. Essere additata dagli altri dipendenti. Trattata come un paria. E sopportare. Sopportare. Anni di sopportazione in cui accontentarsi del poco che riuscivo a strappare. E la gelosia sapendo che lui tornava a casa da lei e che lei aveva diritto di tenerlo per mano, di amarlo pubblicamente. Ed i dubbi. I venti anni che si trasformavano in trenta e questa storia non voleva finire. Ci ho provato un'infinità di volte a troncare. Mi dicevo – Ora basta, ora mi trovo un ragazzo della mia età, un bravo ragazzo e ci metto su famiglia. Faccio due o tre figli, arredo una casettina con un giardinetto e magari un orticello come quello di casa dei miei – mi è sempre piaciuto fare giardinaggio, lo sai. Invece gli anni passavano e non riuscivo a staccarmi da Tommaso. Anche perché mi faceva pena. Sempre così solo, ad ammazzarsi di lavoro mentre lei sperperava tutto nel lusso. Non si occupava mai di lui. E lui parlava solo con me. Mi chiamava nel mezzo della notte, quando non riusciva a dormire, chiuso nello studio. Oppure mi capitava in casa senza preavviso bisognoso di coccole e calore. Si confidava con me. Oramai eravamo una vecchia coppia. E poi ogni tanto c'erano questi momenti rubati, piccoli week end esaltanti in cui potevo far finta di essere sua moglie. Ero trattata come tale in quei bellissimi alberghi in riva al lago. Adoravo scappare con lui con la scusa di impegni di lavoro pressanti. Non dovevo rendere conto a nessuno. Ero libera e sola. E poi lei forse per sbadataggine, forse volontariamente, ha esagerato con gli antidepressivi e tutte le schifezze che prendeva per tenersi su. L'hanno trovata distesa sul divano della sua camera come una star anni venti. E all'improvviso Tommaso è diventato un uomo libero. Guarda che ha sofferto come un cane. Lacerato dai sensi di colpa e dalla responsabilità del figlio ancora piccolo. Era devastato. Sconvolto. Mi ha lasciato in lacrime dicendo di non sopportare più la mia vista. Di non sopportarsi più. Gli ricordavo costantemente che bastardo era stato con Carla. Guardava me e pensava a lei. Eppure non è uomo che riesce a stare solo. Dopo più di dieci anni di relazione non ha potuto fare a meno di me, della mia presenza. Ed è arrivato a patti con la sua coscienza. Abbiamo fatto passare un periodo di tempo convenevole in cui non ci siamo frequentati e lui ha indossato i panni del vedovo incapace e impreparato. E poi piano piano siamo usciti dalla clandestinità. E' stato inebriante. Ma così faticoso. La gente sa essere veramente cattiva. Invidiosa. Non mi è stato risparmiato nulla ma nonostante questo ci siamo sposati e oramai sono tredici anni che sono la signora Moretti. Tra poco lo sarò più io della sua prima moglie che è stata sposata con lui quindici anni. Purtroppo non ho avuto figli. C'è stato un periodo in cui ho sofferto molto per l'incapacità di rimanere incinta. Ma è passata. E poi c'era questo ragazzino chiuso a riccio che si è trasformato in un adolescente quasi autistico. Di una intelligenza mostruosa ma assolutamente ostile. Aveva tredici anni quando la madre è morta e non parlava per nulla. Se ne stava dietro ai suoi modellini di macchine da guerra, catapulte, carrarmati, sommergibili, aerei tedeschi e così via. Assemblava minuscoli ed innumerevoli pezzettini di legno per ore. Eppure gli volevo bene. Gli voglio bene. L'unica cosa che sono riuscita a trasmettergli è l'amore per i giardini, la natura, l'aria aperta. Ne ha fatto una professione. Ed è bravo sai? Aveva avviato un'attività con un ex compagno di studi e andava anche bene. L'anno scorso però ha avuto una specie di esaurimento. Ha spaccato tutto lo studio rovinando progetti, machettes, devastando i locali. Il suo socio non sapeva se chiamare la neuro. Invece ha chiamato noi e lo abbiamo condotto qui per farlo rigenerare un po'. Non sappiamo cosa gli è successo. Non ci ha mai fornito spiegazioni. Comunque si è talmente affezionato alla vecchia casa dei miei da chiudervisi dentro. Ha deciso anche lui di andarsi a seppellire in questo buco di paese. Non so ma sembra che tutti siate attratti da questo posto che io odio. Ogni tanto capito qui per dargli un'occhiata. Sembra ora stia collaborando con l'amica di tua madre, quell'eccentrica zitella che possiede la villona lungo la statale. Questa volta l'ho trovato bene. Calmo e tranquillo. Senti io ora devo scappare. E tu come sempre non hai aperto bocca. Certe cose non cambiano. Mi dispiace veramente per tuo padre. Non so se fai bene a tornartene qui. E' un posto morto, pieno di morti. Però a volte vale il detto, ricordi tua nonna lo ripeteva spesso, che bisogna fare di necessità virtù. Non so cosa ti spinge a rinchiuderti in periferia. Non ti ho lasciato parlare. Anche questo non è cambiato. Sono la solita logorroica del cavolo. Sempre a lamentarmi, lo so. Ma tu mi conosci, Anita. Tu sai. Solo noi sappiamo. Senti. Quando quella cretina di Giulia alla fine ci consegnò gli scatoloni con le cose di Lorenzo vi trovai questa lettera che ti appartiene. Gliel'avevi scritta anni prima. Se l'è sempre portata con sé. Sai Lorenzo ti voleva bene a modo suo. Era solo un ragazzo immaturo. Peccato non siate mai riusciti a spiegarvi. Vado che Tommaso e Vittorio mi aspettano a casa. Andiamo a vedere il suo ultimo lavoro da paesaggista. Sembra abbia trasformato un parco abbandonato in un giardino da sogno. Ciao Anita. Spero veramente tu riesca a trovare quello che cerchi. Fammi sapere quando inaugurerai l'osteria. Ci terrei ad esserci. Ah, salutami tua madre, mi raccomando”

...

20 settembre 1978, ore 2.00 all'incirca

Ti scrivo una lettera per farti compagnia, nella notte di silenzio e studio.

Vorrei piovesse a Bologna e che l’asfalto lucido ti ricordasse l'altra sera con me a Ponte e che questo ricordo ti facesse sentire la carezza che sto compiendo sul tuo viso, dalla guancia alla bocca, dallo zigomo al mento.

Piano.

Dolcemente.

Ti abbraccio da dietro mentre stai seduto a studiare. Accarezzo la tua nuca, i capelli lunghi sul collo. Passo i polpastrelli sul limite della tua barba, dove la pelle è tenera e delicata.

Ti abbraccio stretto per farti sentire il calore e la solidità delle mie braccia.

Ti bacio il collo lievemente per non disturbarti. Per non distrarti dai tuoi pensieri.

Mi siedo ai piedi del letto (non ti voltare altrimenti sparisco..)

Ti osservo. Osservo il tuo profilo che conosco così bene.

Le labbra imbronciate, la fronte corrucciata nello studio.

Ti togli e rimetti gli occhiali. Strizzi gli occhi.

Nessun gesto potrebbe strapparti al tuo mondo, nessun sospiro contro la tua guancia.

Nessun gemito come gomitolo da lanciare verso di te, filo di Arianna per un labirinto umido e buio.

Non vi è speranza per un sorriso. Solo cupo ripiegamento in boschi oscuri, vegetazione talmente fitta che la luce del sole non riesce a penetrarla.

Eppure appoggio la mia mano contro le tua scapola. Vorrei avere il potere di attirare su di essa tutti i tuoi demoni. Racchiuderli stretti tra le dita fino a ridurli in polvere e lasciarla cadere sul parquet.

E poi, la porta che si chiude la sparpaglia nelle fessure dove giaceranno, poveri demoni sconfitti, fino alla prossima passata di aspirapolvere.

Mi volto e guardo “Quarto potere”.

Certo che hai una schiera di angeli molto particolare.

Santi e poeti. Eroi. Come te.

Non ho parole per tenderti la mano.

Non ho occhi abbastanza grandi per cogliere tutta la visione.

Ed i miei sorrisi si dissolvono al vento come ghiaccio sotto il sole.

Resta solo il desiderio disperato di esserci. Di darti un appiglio.

Non ci sei e tornerai.

Lorenzo mio.

Questa lettera è per tenerti compagnia, nella notte di silenzio e studio.

...

A volte torna

La disperazione

Il vuoto

Il senza senso

A volte torna

Quando ricordo che la vita è stronza ma stronza sul serio

Il desiderio di lasciare perdere e seppellirmi ancora

Dimenticarmi

A volte torna

Torna sempre

Eppure questa volta sono incazzata incazzata come una iena incazzata come una furia incazzata all'ennesima potenza Mi sono rotta di assumermi l'infelicità altrui mi sono rotta di subire gli scherzi di questa cavolo di vita rotta di sentirmi una piuma al vento di giustificare tutti e tutto Non ne voglio sapere mezzo dell'infelicità altrui Voglio andare avanti Guardare avanti Riprendermi me stessa riprendere la mia vita Ho quarantacinque anni Ci manca solo il ripetersi della storia come una maledizione Ma che è? Che ho combinato nell'esistenza precedente? Basta Mo basta Non ho mai voluto fare male a nessuno Se le cose accadono accadono perché accadono e andasse a quel paese Ida e tutta la gente come lei.

postato da: BiancaSperandio alle ore agosto 01, 2008 11:56 | link | commenti (8) | commenti (8)
categorie: romanzo
domenica, 20 luglio 2008

Capitolo XXV


- Un gesto vale più di mille parole -


Stasera.


Sono onde che partono dalla base delle scapole per andare ad infrangersi contro le pareti toraciche con un fragore assordante. Mi tolgono il respiro. Mi riempiono e svuotano a ritmo elevato.


Oggi.


Le mani di Benedetta erano troppo calde, troppo morbide, troppo invadenti. O non abbastanza. Ogni minimo contatto con la sua pelle mi faceva sobbalzare. Brividi invadenti e molesti.


Una settimana fa.


I lavori hanno preso il via. Passo le mie giornate tra mercatini e negozi insieme a Massimo o Giorgio o entrambi. Mi interesso a tutto, a tutti i passaggi, a tutte le decisioni. Torno a casa solo per dormire quando, stremata, non ne posso fare a meno. Non so a che punto siano mia madre o Annina. Me ne dimentico. Il mondo deve andare avanti da qualche parte.


Ora.


Non riesco dormire Mi rigiro in questo lettino troppo stretto per la mia agitazione Guardo il soffitto rischiarato dai lampioni Non ce la faccio Mi alzo Fuori dalla finestra il cielo scuro di notte e di pioggia L'aria sa di metallo Elettrica In lontananza vedo bagliori di fulmini Non ne sento che remoti e distanti boati Il temporale è lontano Tutto è immobile Infilo una maglietta Le scarpe Agguanto il giacchetto nell'ingresso Le chiavi Fuori fuori fuori Scendo le scale a due gradini alla volta tenendomi al corrimano Nessuna pazienza Mi ritrovo in strada Cammino verso il fiume Passo veloce Respiro cadenzato Le onde fanno meno rumore Si confondono con i suoni del mondo Battito elevato ma regolare Inspiro espiro All'argine giro a sinistra Inizio a scendere verso il centro Cammino sul marciapiede verso il temporale Non penso Sono troppo stanca Ho solo bisogno di muovermi Di evadere l'energia Sento l'aria umida precipitarmi addosso La giacca sbatte contro i fianchi Mi concentro sui coni di luce dei lampioni lungo la sponda E sul buio tra di essi Passo veloce tra gli uni e gli altri Non c'è anima viva Solo il fiume grigio antracite che assorbe ogni luce Ed il mio passo Non so quanto è che cammino ma continuo a camminare Mi ritrovo al ponte del parcheggio Non lo attraverso Continuo a scendere e all'improvviso ecco il boschetto di betulle La vecchia recinzione verde Proprietà privata Attenti al cane (Era un sanbernardo pacioso e pavido) Arrivo al cancello chiuso Nessuna luce trapela Tutto scuro Tutto fermo Si solleva il vento Prima timido poi sempre più convinto Le fronde iniziano ad agitarsi Si sfiorano Si cercano Con la mano percorro la recinzione camminando raso il muretto Svolto l'angolo e subito dopo ritrovo il passaggio (Quello che usavo per raggiungere Lorenzo nel parco di nascosto la notte) Passo attraverso la stretta apertura Mi inoltro tra gli alberi Cammino in silenzio Nessun rumore Ecco la casa Tutto buio
Ed all'improvviso il temporale
Non l'ho sentito arrivare Un fulmine cade vicino e il tuono lo segue immediatamente Non ci pensavo più La pioggia mi investe Esco fuori dagli alberi sul piazzale (”quando ci sono i lampi mai stare sotto gli alberi, capito picci?”) Tutto buio Le finestre illuminate dai fulmini Non so cosa fare Sono una cretina Il cancello è chiuso anche se mi avviassi per il viale non uscirei Il bosco mi fa all'improvviso paura Me ne sto impalata a raccogliere pioggia Quando ad una finestra vedo una figura Il respiro mi si tronca Subito dopo non c'è nessuno Ho brividi che mi squassano La pioggia negli occhi Il sudore ghiacciato lungo la colonna La porta si apre
“Ma che diavolo ci fa lì?? Si muova, entri!”
Non riesco a fare un passo L'uomo aspetta un attimo poi esce nella pioggia, mi prende per un braccio e mi conduce dentro. Al buio La porta si chiude con forza Mi dà le spalle Cerca l'interruttore sulla parete Parla E' arrabbiato Tutto è scuro Solo il quadrato della luce della cucina che dà sul retro a stagliarsi tra pavimento e tappeto Alzo lo sguardo alle scale Non ho detto una parola Sento freddo Tremo Si volta al mio tacere Mi guarda Silenzio È il ragazzo delle farfalle Lo riconosco Quello dal sorriso spiazzante Non sorride ora È bagnato e furioso Sento freddo Tremo Vorrei mi abbracciasse.

Sento le lacrime dietro le palpebre Ho bisogno di un abbraccio E' troppo che nessuno mi stringe Continua a guardarmi Mi sembra un'eternità Sono solo secondi La pioggia sgocciola dai capelli dentro il collo della giacca Batte secca contro i vetri Le braccia gli sono ricadute lungo i fianchi La rabbia sta scemando Un fulmine lo illumina.


Adesso.


Fermami
Fermami
Fermami
Fai un gesto. Dì una parola.
Non lasciarmelo fare.
Basta un passo indietro.
Una sillaba.
È troppo tempo, lo capisci?
Sento freddo.
Ho bisogno di calore. Di braccia che mi racchiudano.
Di saliva nella bocca che non sia la mia.
Fermami.
Parla.
Fa qualcosa. Una qualsiasi cosa che fermi questa forza che mi attira verso la tua pelle.
Un gesto vale più di mille parole.
Sento il corpo oscillare in avanti.
Si sbilancia verso di te.
E tu non fai nulla.
E poi
ti premo contro.
I vestiti bagnati incollati tra me e te.
Nell'urto ti spingo contro il muro.
Non protesti.
Non fai nulla.
Lascio scivolare le mani sotto la maglietta in cerca di calore.
Non reagisci.
Non mi allontani. Non mi attiri.
Lasci che mi rannicchi contro di te.
Premo la fronte contro la tua clavicola. Il naso freddo nell'incavo alla base del collo.
Ti respiro.
Sento questo nodo in gola. Blocca l'ossigeno. Non riesco a scacciarlo.
Rende affannosa la ricerca d'aria.
Mi aggrappo alla tua schiena.
E tu

tu

sollevi una mano
e me la posi sui capelli.
Rimaniamo così
mentre tremo di pianto e disperazione.
Non lo so
scusami
non lo so
non voglio sapere.
Tienimi così.
Stringimi.
Appoggio le labbra sul collo.
Assaggio il sapore del sudore.
Continui a tenermi la mano sulla nuca
l'altra sale a cingermi la vita.
(Come si tiene un neonato)
Sai di salato ma forse sono le mie lacrime.
Siamo bagnati e il freddo non se ne va.
Mi allontano i centimetri necessari per sfilarmi la giacca.
Mi aiuti tirandola verso il basso
e quando libero le braccia ti cingo il collo.
Fermami.
Fermami
poi sarà tardi.
Poi non salverò neanche l'apparenza.
Fermami
non farmi essere più ridicola di quello che sono.

E

ti bacio.
Contro quel muro
spingo le labbra sulle tue
le mie ossa sulle tue.
Mi lasci fare.
Lecco denti.
Angoli di bocca.
Strofino le guance contro la corta barba.
Torno a baciare.
Tengo gli occhi chiusi nel buio.
Mi prendi il viso tra le mani
lo allontani
e poi ti chini
posi baci sulle palpebre gonfie di pianto
sugli zigomi
sulle labbra
e poi
poi
il tappeto sa di polvere.
Non dobbiamo muoverci verso il quadrato di luce
se ci colpisce diventiamo cenere come i vampiri
e ti mordo

ehi calma”
mi ritraggo

vieni qui”
e riprendiamo a percorrere pelle
ad asciugare pioggia e lacrime
surriscaldare respiro e organi.
Mani frenetiche muscoli tesi.
Mi libero di scarpe maglietta.
Sollevo la tua
Faccio aderire ogni centimetro di pelle nuda.
Scivolo contro di te.
Fermami
Ancora
fermami
mentre ti bacio l'addome
infilo la lingua tra pelle e pantaloni.
Mi spingi verso il tappeto
e poi
sono mani
e carezze
ovunque

e avidità
ovunque

e desiderio che oscura tutto
che riduce a puri gesti
la mente disconnessa
mi sento invadere dal buio
dall'abbagliante luce delle sensazioni.
la pelle tesa
è viva

sei vivo
sai di uomo
e non me ne frega nulla
di nulla
che il mondo si disintegri
che scompaia
che non smetta mai di piovere
e l'acqua invada le vallate
che i fulmini incendino boschi e città
non fermarmi ora
non fermarmi
non farmi morire
fammi morire
ti schiaccio con tutta la mia forza
di peso contro il tappeto
adesso sei mio
non esiste nulla e nessuno
se non questo momento
e noi due
ed il buio
e il desiderio
allontano le tue mani allargando le braccia
infilo le dita tra le tue
ti mangio
ti mordo
stringo le ginocchia contro i tuoi fianchi
e ti esploro centimetro per centimetro.

E poi
tutto è immobile
ho gli occhi chiusi
la polvere nelle narici
sotto le scapole il ruvido tappeto
E
ti guardo
mi fissi
pupille dilatate
lunghi respiri e
l
e
n
t
a
m
e
n
t
e
scivoli in me
e poi tutto
si dissolve.
Precipito sopra
intorno nessun confine
cado verso l'alto.


Domani.


Il sonno mi assale. Le lenzuola sono stropicciate.

Il lettino mi sembra un'isola. E tutto quello che è successo un sogno. Mi risveglierò e sarà di nuovo luce e vita e cose da fare. Mentre mi riaccompagnava in auto il silenzio era saturo di parole. Mi sono fatta lasciare lontano da casa e mentre camminavo verso il portone illuminato l'aria pulita e scricchiolante mi lavava via il torpore. Nel silenzio dell'appartamento addormentato mi sono di nuovo svestita e nuda infilata sotto le coperte annodate dall'irrequietezza di qualche ora fa.

Tra poco sarà l'alba e dormo a pugni stretti. Sarà giorno e tutto questo rimarrà solo un segno sulla pelle viva.

postato da: BiancaSperandio alle ore luglio 20, 2008 15:11 | link | commenti (20) | commenti (20)
categorie: romanzo
venerdì, 11 luglio 2008

Capitolo XXIV


-Le rivoluzioni non si fanno in un giorno -


Succede sempre così.

Sembra che nulla avvenga, che i giorni passino immutabili e che niente si sposti dal proprio asse.

E poi all'improvviso tutto precipita. Accade.

Le rivoluzioni non si fanno in un giorno. Anche se così appare.

E così è ora che gli eventi si susseguono veloci, famelici. Uno dietro l'altro, uno sopra l'altro causando un'orgia di pensieri e sensazioni e emozioni che non ho tempo né modo di analizzare.

Nell'arco di una giornata mi sembra che le ore si rincorrano giocando a nascondino. Alcune scompaiono letteralmente fagocitate dalla corsa alla decisione, all'azione.

Non ho fatto in tempo a formulare il pensiero di accettare l'offerta fattami che già la macchina si era messa in moto come se tutti non stessero facendo altro che aspettare un mio minimo cenno per scattare in avanti, per muoversi.

Edoardo, con la sua cura maniacale, ha preparato una bozza di contratto, poi rivista, poi rivista ancora e ancora durante una serie di serrate ed a volte animate riunioni a tre, a quattro, a cinque. A casa di mia madre, alla locanda del Gallo, all'osteria. Onnipresente, come angelo custode, uomo tra gli uomini. Lui che gli uomini li ama mi è sembrato duro e affilato con loro, come loro. Massimo con la sua irrequieta impazienza, sempre pronto ad adombrarsi, a sbuffare, a rimboccarsi le maniche. Il Boni attento e freddo e sicuro, capace di calcolare istintivamente cosa è meglio per sé, quale torrente porterà più acqua al suo mulino. Mamma ed Annina che seguono gli eventi come si segue un reality, non risparmiando commenti, antipatie e simpatie manifeste. Mina mi chiama ogni giorno per elargirmi suggerimenti, mettermi a disposizione la sua esperienza, la sua disponibilità per aiutarmi nelle scelte di qualsiasi tipo esse siano. Gianni mi manda quotidianamente sms e mail di sostegno. Eppure mi sembra preoccupato solo che l'investimento che sto compiendo non influenzi più di tanto la sua esistenza. E poi l'architetto, i manovali. Una sfilza di nomi, di mani da stringere, di domande a cui rispondere, di scelte da fare, di opinioni da fornire. Il cellulare, una volta oggetto leggero, silente ed innocuo, ora non smette di cercarmi. Ed io non ho modo di riflettere. Le sollecitazioni che mi giungono da tutte le parti mi spossano, mi occupano, mi assorbono. Cerco di coltivare i ritagli di tempo che mi rimangono come minimi angoli di requie.

Non so ancora esattamente cosa desidero da tutto ciò. A volte mi chiedo se non è semplicemente un altro modo per rimandare il momento in cui dovrò pormi questioni e prendere decisioni univoche. Nette. Per ora mi si chiede soprattutto di essere l'ago della bilancia tra Salvi & Boni, il gatto & la volpe. Sono perfettamente cosciente del fatto che credono di potermi manipolare e strumentalizzare ognuno cercando in me l'appoggio contro l'altro.

E appena posso mi rifugio tra le mani sapienti di Benedetta.

Inizialmente sono scappata da lei in un pomeriggio di pioggia e impasse nei lavori. Massimo e Giorgio che continuavano un braccio di ferro assolutamente infruttuoso su una questione di minimo conto.
Si sa, sono le pedine che fanno la differenza, chi vince le minime battaglie acquista potere per le grandi.
Mentre si rilanciavano la palla in una situazione di frustrazione e monotonia crescenti me ne sono sgattaiolata fuori con la scusa di una sigaretta, io che non fumo più da settimane. Mi sono incamminata lungo il corso lucido di pioggia e senza neanche pensarci sono entrata nel salone di Adriana. Lì Benedetta mi ha fatto aspettare qualche minuto e poi mi ha condotto nel retro dove vi sono due cabine. Quella prima volta mi ha fatto accomodare su di una poltroncina sotto un forte fascio di luce e mi ha ridisegnato la forma delle sopracciglia. Mentre mi osservava da vicino, china su di me, percepivo il suo lieve profumo ed i capelli, che aveva spostato dietro le spalle, ricadendo in avanti mi solleticavano il collo. Cercavo di non fissarla, mi sentivo troppo vicina, troppo prigioniera della sua presenza. Ma in contrasto con la situazione di intimità le sue domande leggere ed attente sui lavori, sull'osteria, sui due soci, su di me hanno avuto l'effetto di rilassarmi. Ho chiuso gli occhi e le ho lasciato fare ciò che reputava più adeguato, di me, del mio viso. Non so come mai ma con questa ragazza non riesco a resistere a lungo e mi affido e mi lascio accudire, rapire. Sono arrendevole ma non come sono solita esserlo, lasciando scivolare le cose senza crederci fino in fondo, facendo apparire di essere accondiscendente per rimanermene arroccata nelle mie difese, distaccata. Intoccabile. Con Benedetta è diverso.

E così dopo quella prima volta appena posso scappo da lei. Ci siamo accordate per uno squillo al cellulare appena mi si prospetta un po' di tempo e lei risponde se è libera.

Piano piano la cura che mette nell'occuparsi di me ha creato un tempo ed un luogo di fluida tregua dalla vita e inizio a provare la mancanza di questo tempo e questo luogo se non riesco a scivolare tra le sue mani, tra le pieghe della sua voce, delle parole, dei gesti.

La confidenza e l'intimità che ha saputo instillare hanno preso il sopravvento sulla mia naturale pudicizia. Non so come chiamare quello che si sta delineando tra noi. Mi chiedo sempre più spesso se anche con le altre sue clienti Benedetta sia come è con me. Mi racconta molto di sé. Magari all'inizio lo ha fatto come si fa una carezza rassicurante ad una animale impaurito per vincerne i timori ma ora tralascia freni ed inibizioni. L'ultima volta, tra le pause di silenzio cristallino, riempito di suoni pluviali, mentre mi levigava la pelle con pietre calde, mi ha raccontato che Adriana finalmente sembra aver ceduto alla proposta di affidarle il salone quando sceglierà di ritirarsi. Tra di loro questo è stato un impegno che si è delineato tacitamente nel tempo ma ora sono seguite parole alle allusioni ed Adriana ha manifestato l'intenzione di non terminare i propri giorni dietro la tenda della cucinina e di smettere di rimandare ad un futuro sempre più breve tutto ciò che il salone le ha impedito di fare nel tempo.

Succede sempre così.

Sembra che nulla avvenga, che i giorni passino immutabili e che niente si sposti dal proprio asse.

E poi all'improvviso tutto precipita. Accade.

Le rivoluzioni non si fanno in un giorno. Anche se così appare.

Questa sera pensavo a ciò mentre seguivo svogliatamente la conversazione tra i miei soci che definivano gli ultimi minimi dettagli del progetto di ristrutturazione. I lavori prenderanno il via tra pochi giorni. Non si tratta di sconvolgere i locali che per loro natura si prestano a determinati impieghi. Si è molto parlato dell'organizzazione degli spazi di servizio anche a causa della mia intenzione di utilizzare il mezzo piano per uso privato. Non mi è mai stato chiesto perché avessi avanzato una simile condizione. In verità non saprei spiegarne le motivazioni se non l'esigenza di mantenere, in questo luogo, un spazio esclusivamente mio.

Alla fine si è optato per ritagliare l'area necessaria per le toilette tra la sala e la cucina spostando il muro di divisione mentre gli spogliatoi sono stati progettati nel sottosuolo di fianco alla dispensa.

Nel frattempo insieme all'architetto abbiamo deciso di unire le due stanze del mezzo piano e di farne un unico locale. Le scale di accesso verranno chiuse da una porta, l'antibagno inglobato ai servizi di modo da creare una sala da bagno decente.

Tutti i lavori inizieranno insieme e prenderanno un tempo relativamente breve.

Intanto dobbiamo occuparci dell'arredo.

Inizialmente ognuno di noi ha avanzato proposte disparate, in una sorta di brainstorming che ci ha lasciati più confusi che convinti. Allora abbiamo deciso di partire dall'origine. Da quello che l'osteria era.

Ho cercato di ritrovare tutte le foto fatte da mia madre nel corso degli anni che riguardano il locale, anche solo indirettamente, che ne lasciano intuire l'atmosfera. Inoltre ho chiesto a conoscenti, alla gente che frequentava l'osteria, al parroco. Mentre radunavo il materiale ho ripreso contatto con persone che non avevo più visto dall'adolescenza, ho ascoltato storie, vite. Mi ha fatto talmente piacere scoprire l'affetto che lega la gente del paese all'osteria, alla mia famiglia. Mi sono sentita parte del luogo, del tempo.

Una sera ho invitato Massimo, Giorgio, Mina ed Edoardo per mostrare loro le foto.

Nei giorni precedenti Nina aveva preparato una presentazione scannerizzando tutto il materiale.

Non aveva voluto far vedere a nessuno il risultato.

E mentre le immagini scorrevano dissolvendosi l'una nell'altra tutto è tornato. I visi, gli odori, le sensazioni. Annina aveva organizzato le fotografie presentandole cronologicamente ed accompagnandole con musiche delle varie epoche. Le prime immagini ritraevano il nonno giovane ed orgoglioso sulla porta del locale, gli occhi socchiusi nel troppo sole, poi insieme alla nonna ragazza, a mio padre bimbo, poi gli anni cinquanta, le auto davanti al marciapiede, don Emilio, Orlando e la moglie, le ricorrenze festeggiate sollevando i bicchieri in aria, papà ragazzo e poi c'era mamma bellissima e solare, Mina ed Edo, Adriana e le amiche strette tra i tavolini, i minimi cambiamenti percettibili attraverso il susseguirsi delle immagini, c'ero io in varie età e Ida e Lorenzo e talmente tante persone che animavano la mia esistenza di allora che alla fine la stanza era colma della loro presenza.

Ma soprattutto c'era mio padre.

Ho guardato mamma. Lei sa. Forse anche più di me.

Questa era l'osteria. Questa era la mia vita. Questa ero io.

I giorni seguenti abbiamo delineato lo stile del locale.

Sotto l'influsso delle immagini di un passato in cui era un luogo colmo di vita e calore, uno di quei posti in cui ci si reca per sentirsi a casa ancora più che a casa propria, per percepire il battito del mondo riparati da mura solide e immutabili, abbiamo deciso di ricreare l'osteria dell'origine, quella degli anni venti, anni vivi della speranza postbellica, della ricostruzione in cui chi era tornato voleva solo rinascere e vivere, vivere per tutta la morte che aveva assorbito e chi era disperso poteva ancora comparire all'improvviso sulla soglia di casa. I morti erano stati seppelliti, i monumenti eretti. I lutti cuciti addosso come seconda pelle. Le lacrime versate e asciugate a formare aloni di assenza.
Orfeo aveva aperto l'osteria nel 1920.
E' quell'atmosfera che ci ha catturato, le scritte sui vetri, l'insegna nera su sfondo bianco, i mobili di legno scuro, le vetrine lungo le pareti piene di bottiglie allineate. Il bancone a forma di elle con alle spalle specchi argentati, attraversati da mensole colme di bicchieri. Le lampade di vetro ambrato soffiato, il ferro forgiato a formare gambi di fiori, il pavimento a scacchi bianchi e neri, le sedie thonet, i tavolini di marmo bianco. Non avevo conosciuto l'osteria sotto queste spoglie. Negli anni sessanta erano stati apportati dei cambiamenti, degli ammodernamenti. Eppure avevo sempre percepito lo stile iniziale che il nonno aveva scelto per il suo locale. Il Boni ha subito menzionato una lista di luoghi da visitare per reperire il materiale che abbiamo deciso deve essere il più possibile d'epoca.

Conosco una ragazza che restaura mobili come pochi, una veramente brava. Si chiama Marta. Cercherò di contattarla nei prossimi giorni. Sono sicuro che saprà fornirci le indicazioni che ci occorrono”.

Succede sempre così.

Sembra che nulla avvenga, che i giorni passino immutabili e che niente si sposti dal proprio asse.

E poi all'improvviso tutto precipita. Accade.

Le rivoluzioni non si fanno in un giorno. Anche se così appare.



postato da: BiancaSperandio alle ore luglio 11, 2008 02:55 | link | commenti (15) | commenti (15)
categorie: romanzo
giovedì, 03 luglio 2008

Capitolo XXIII


- La fortuna aiuta gli audaci -


E poi.

Ma buongiorno, che bello incontrarla. Ha tempo per prendere un caffè con me? Ho dieci minuti prima dell'apertura del salone. Allora come si sente con i capelli corti? Penso le donino veramente tanto. E non mi pento di averglieli tagliati. Mi piacerebbe mi venisse a trovare uno di questi giorni perché vorrei fare qualcosa per far risaltare i suoi occhi così disarmanti..
Io esco. Vado con Vittorio a vedere un parco di cui si deve occupare. Non mi aspettate per pranzo. Ciao
mi guapas.
..stellina fai come meglio credi. Se desideri entrare nell'affare, se non hai voglia di vendere ora, fallo Anita, ti appoggio. Poi puoi sempre proporre loro di comprare i locali in un secondo tempo se la cosa non dovesse veramente interessarti. Tanto tesoro non ti devi preoccupare per me, Manuela pensa a tutto, annaffia anche le piante. Ed ho così da fare in università. Non ti rendi conto cosa sta succedendo. Quel barone di Minelli ne sta combinando di cotte e crude. Ma non voglio tediarti. Dimmi, Nina come sta?..
Con Edoardo pensavamo di andare a fare un viaggetto intorno a Natale. Non so se sia il caso ma forse le feste mi peseranno meno se le passo in giro da qualche parte piuttosto che qui. Che ne pensi
querida?
..e quindi credo che Nina potrebbe aiutarmi nella gestione degli eventi. Tanto sta sempre in villa da me persa dietro al Vittorio. E' proprio cotta, beata ragazza. E lui è un selvaggio. Speriamo la gattina non si faccia troppo male. Comunque le propongo di lavorare quando c'è una serata o un meeting, lei guadagna un po' ed io ci faccio la mia figura con una tale sventola alla reception. Senza contare che la ragazza parla inglese meglio di tutti noi messi insieme. E in più se ne sta vicino al suo moroso. Meglio di così..
Buongiorno Anita, spero tu abbia un po' riflettuto sulla mia proposta. Non voglio metterti fretta ma siamo tutti impazienti di iniziare i lavori e di fare i passi necessari. Sarebbe stupendo aprire per le feste. E mancano meno di tre mesi. Chiamami appena ascolti il messaggio. Magari possiamo parlarne a cena. Aspetto un tuo squillo. Mi trovi in agenzia fino alle tredici.
..è troppo intelligente e figo, mamma. Ed ha talmente talento. Il talento è così affascinante, in qualsiasi forma si manifesti. Ed è misterioso. Parla pochissimo. E' una persona di lato, a parte, con meccanismi suoi, percorsi suoi. Mi fa sciogliere. Non si capisce mai cosa prova veramente, cosa pensa ma quando sto con lui mi sento al posto giusto.
Senti ma perché non ce ne andiamo tutte e tre a pranzo in questa Locanda del Gallo? Così ci presenti lo chef. Potremmo anche chiamare il Boni, per una questione di correttezza.
Buongiorno signora Ristolfi, sono sempre Angelo. Nina non è ancora rientrata?
..ma siete una più affascinante dell'altra! Vi ringrazio per l'invito. Mi sento veramente lusingato e anche parecchio invidiato. Basta guardare come ci osservano. Penseranno che sono un uomo tremendamente fortunato. Ed effettivamente lo sono. Signora deve essere molto orgogliosa di sua figlia. Mi ha tenuto testa come pochi hanno saputo fare. Sono letteralmente rimasto incantato e soggiogato dal suo fascino. Sembra una donna così gracile e delicata ma è un osso durissimo. E credo di comprendere da chi ha preso il temperamento..
Oh mamma, ma ce lo avevi nascosto! Ti eri dimenticata di dirci che pezzo d'uomo che è Massimo. Un concentrato di testosterone. Tipi così non ne fabbricano più. Io da quello lì mi farei rosolare volentieri.. Ana smettila di ridere che ti ho vista sai? Ti sarai rimessa a posto i capelli almeno venti volte quando ci ha raggiunte al tavolo. Il Boni al confronto sembra un chierichetto.. mamma non fare la scandalizzata che quello lì ti mangia in un boccone se solo provi a dargli corda. Io non ho visto nulla che poi che gli racconto a papà ma secondo me un tuo cenno è quello si toglie la blusa. Ed anche l'altro non si farebbe pregare. Oddio, mia madre è una
femme fatale e non lo sapevo!
Buongiorno signora Ristolfi, spero di non disturbarla. La chiamo perché il professore ha bisogno degli appunti per le lezioni sulla Zeta di Riemann e non riesco a trovarli. Sa dirmi dove sono stati riposti? E sto cercando anche quelli per i corsi di geometria proiettiva, di analisi complessa e della teoria dei numeri sfumati. Il professore sta pensando di pubblicare ancora qualcosa sulla zeta di Riemann ed allo stesso tempo sta assegnando alcune tesi ed avrebbe bisogno dei suoi appunti..
Mi amorcito
hai una sigaretta da darmi? Come hai smesso? E da quando?
Stai tranquilla. Hai il coltello dalla parte del manico. Sei tu la proprietaria. Se vuoi buttiamo giù un contrattino da sottoporre al Boni. Vedrai che non potrà non accettare le tue condizioni. Ed onestamente senza di te non può fare nulla.. passo a studio e chiedo a uno dei ragazzi di prepararti una bozza che poi guardiamo insieme.
..se vuoi sapere cosa ne penso ho sempre creduto che la fortuna aiuti gli audaci. Tanto che ci torni a fare a Milano? Gianni ha la super assistente e mi sembra se la cavino bene, no? Anche troppo, a mio avviso. Comunque.. lanciati in questa cosa. Hai la consulenza legale di Edo, io ti seguo per quanto riguarda l'organizzazione con i fornitori, la pubblicità, il personale. Hai già chi si occupa della cucina e non è cosa da poco. Poi lo conosco il Massimo Salvi. E' uno che sa il fatto suo. Un bastardo patentato nel lavoro ma sa far funzionare le cose. Buttati Anita che non sei sola.
Devi vedere in che casa abita. No, dire casa è riduttivo. E' una villa con un giardino bellissimo e l'orto e il frutteto. E' circondata da un boschetto di betulle. Ci vive solo perché i proprietari non ci vengono mai. Lui occupa solo due stanze al piano terreno e la cucina ma mi ha fatto visitare l'edificio e sembrava di entrare in un'altra epoca. Dovresti vedere mamma..
..la clientela che ci interessa, il nostro target, a pranzo sono: il blocco degli impiegati degli uffici della zona, i commessi, la massa di gente che si riversa in corso per fare shopping soprattutto il sabato. Durante il fine settimana e la sera dobbiamo puntare su un altro tipo di clientela attirata dal nome del locale e di Massimo. Possiamo decidere di tenere aperto durante la giornata come un caffè e attivare la cucina solo per i pasti, come facevano un po' ai tempi dell'osteria e così seguiremo la tradizione del luogo. Anita pensaci, te ne prego, è veramente un'ottima occasione, Massimo si occupa della cucina, dall'arredamento ai fornitori e del personale che gli serve, tu puoi occuparti della sala, del caffè. Puoi seguire da vicino i lavori. Avresti carta bianca. Ovviamente tutte le decisioni le prenderemo a tre. Per quanto mi riguarda ho gli agganci sia per i lavori, conosco i migliori manovali della zona, sia per le questioni burocratiche. So chi contattare per snellire tutto l'iter e rientrarci con i tempi.. siamo un team perfetto..
Ninetta stella, scusa l'ora ma c'è un passaggio delle dimostrazioni che sto editando che non mi convince. Manuela non è che sia una cima in materia, pecca di pedanteria. Il genio matematico in famiglia sei sempre stata tu. Lo sai che non pubblico senza il tuo tocco speciale. Ti dispiace se ti mando via mail il tutto e gli dai un'occhiata? Lo so che sono le una di notte, perdonami. Mi conosci, se non finisco quello che sto facendo mi prende l'ansia e l'insonnia. Allora ti posso mandare la mail?
Querida
non ho mai capito come mai non hai preteso anche il tuo nome sulle pubblicazioni. E' da stanotte che te ne stai china su questi calcoli. Mi sembra di tornare indietro nel tempo. Quando si tratta di matematica diventi un'altra persona. Ti trasfiguri. E lui non si merita gli onori che tu gli hai regalato negli ultimi anni. Sì che lo so che ti piace da matti correre dietro ai numeri.
Mamma ho guardato le funzioni che ti ha mandato papà. Sono ostiche. Ah sei arrivata in fondo? Ma perché non mi hai svegliata? Mi fai dare un'occhiata? Oddio, me le devi spiegare. Sai, a volte mi spaventi. E adoro il tuo svolazzo sul
c.v.d. Che mito che sei mamma.
A me non crea problemi. Che ne dici Giorgio? Se questa è la condizione per firmare il contratto io non mi oppongo. Sappia però, Anita, che in cucina si lavora fino a tardi e che le sarà difficile riposare con il rumore che si fa. Comunque se desidera il mezzo piano per uso privato possiamo sempre chiedere all'architetto di ritagliare più spazio al seminterrato per ampliare la dispensa. Possiamo rinunciare alle stanze che vuole tenere per sé. Dobbiamo comunque trovare una soluzione per le toilette. Dovremo spostare anche quelle di servizio e gli spogliatoi. Giorgio, quando possiamo vedere l'architetto?


Ore. Giorni.
Pensieri. Respiri. Parole.
Che si impilano l'uno sull'altro.
Si mangiano.
Rincorrono.
E poi all'improvviso.
L'ordine.
Anche solo per un istante
tutto trova il suo posto.

postato da: BiancaSperandio alle ore luglio 03, 2008 15:01 | link | commenti (11) | commenti (11)
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giovedì, 26 giugno 2008

Capitolo XXII


- Chiodo scaccia chiodo -


Pronto, buonasera signora, mi chiamo Angelo, sto cercando Annina. Mi scusi l'ora, mi dimentico sempre del fuso orario. Non sono riuscito a rintracciare Nina al cellulare e ho pensato di chiamare a casa a Milano ma il padre mi ha detto che per il momento vive dalla nonna e mi ha dato questo numero. Mi rendo conto di essere invadente ma vede ho veramente bisogno di parlare con lei. Me la può passare?.. “
Ah capisco. Per favore le dica che ho chiamato e che chiamerò ancora ed ancora. Grazie. Mi scusi di nuovo per l'ora”

Sono rientrata nel tardo pomeriggio ed ho trovato il bianco appartamento silente e vuoto. Un biglietto sul tavolo dell'ingresso mi informa che sono andate da Mina e che torneranno dopo cena.
Da una parte sono delusa perché aspettavo con trepidazione di raccontare loro dell'interessante pranzo con Giorgio Boni (e di Giorgio Boni) dall'altro sono contenta di restare un po' sola e di poter pensare tranquillamente agli ultimi sviluppi, di farli decantare, depositare, bagnati dalla luce liquida di questa sera autunnale, il cielo lavato dal recente temporale.
Ho chiamato Nina e mi ha risposto mamma. Mina ha organizzato una soirée con un gruppo di amici e collaboratori. Nina stava chiacchierando serratamente con uno di questi, un ragazzo per nulla malvagio che si occupa dell'organizzazione dell'enorme giardino della villa durate gli eventi. Comunque mi ha confermato che sarebbero rientrate di lì a poco.

Solo che le ore si sono inanellate una sull'altra ed io sono approdata sul divano con un bel libro tra le mani, un libro che parla di numeri e di storie, del contare e del raccontare. Ero immersa nella vita di questo giovane matematico quando il telefono ha suonato.

Sono rimasta interdetta.

Dunque il ragazzo oltreoceano si è fatto vivo. Non solo. E' arrivato a chiamare Gianni per riuscire a rintracciarla. Posso immaginare che abbia saputo della decisione di Annina di mollare tutto. Forse sono i sensi di colpa che lo pungono, forse ha paura di perderla veramente, forse ha bisogno di confrontarsi, di capire. Di sentirsi assolvere. O perdonare. Mi è sembrato un ragazzo educato ma ovviamente ne so molto poco, le uniche informazioni che ho sono quelle lette di nascosto nelle lettere a lui indirizzate. Ha un leggero accento del sud che rende la voce carica di evocazioni.

Proprio mentre sto riflettendo su quali sapori ed odori mi risveglia una tale inflessione la porta di casa si apre e mia madre fa capolino in salotto. Ha gli occhi brillanti come non glieli vedevo da tempo.

Mi amorcito, qué pasa? Hai un faccia! Il tuo pranzo non è andato bene o il Boni non si è rivelato all'altezza della voce?”

Non faccio in tempo a risponderle che continua a parlare. Mentre mi racconta della serata si è tolta le scarpe con quel suo movimento fluido, usando la punta del piede per scalzare il tallone e le belle decolté bianche sono rimaste abbandonate sul tappeto mentre già la stanza è vuota della sua presenza. Vi aleggia solo un ricordo del profumo di cui si cosparge i capelli. Da piccola mi diceva che la testa e le mani sono le parti del corpo che più muoviamo e che il profumo va ripartito tra polsi e nuca. Questi suoi consigli mi hanno sempre affascinato e lei me li ha elargiti con la stessa sistematicità con cui non li ho mai applicati.

Continua a parlare mentre percorre con passi lievi il corridoio verso la cucina e sono costretta a seguirla per captare le parole.

Mi fa sorridere vederla di nuovo padrona del suo stile.

Si deve essere davvero sentita a suo agio per ritrovare questa parte lieve di sè che la morte di papà aveva allontanato, fagocitato, seppellito.
Continua a parlare mentre la vedo compiere i soliti gesti con cui prepara la tisana serale. Si interrompe per guardarsi attorno e ne approfitto per domandarle di Annina.

Ah sì, non te l'ho detto? È rimasta con quei ragazzi conosciuti da Mina, gente veramente simpatica ed in gamba con cui Mimì collabora nell'organizzazione degli eventi. Forse dopo vanno a bere qualcosa. Sai c'era questo tipo davvero notevole, stile bel tenebroso, un po' intellettuale un po' selvaggio, con cui è stata a parlare tutta la sera. Ogni tanto mi avvicinavo ma era così assorta che a malapena mi notava. Ho chiesto informazioni a Mina e mi ha raccontato che lui sarebbe un architetto votato alla progettazione dei giardini, uno che sembra fosse lanciato nel suo lavoro e che poi all'improvviso è venuto a seppellirsi qui. Mina sostiene per qualche mal d'amore ma sai come sa essere teatrale e melodrammatica. Comunque a me è sembrato un ragazzo veramente interessante. In ogni caso anche Nina ne è rimasta affascinata. Le ho lasciato l'auto, ché una ragazza deve sempre essere indipendente almeno le prime volte che esce con una nuova compagnia, e mi sono fatta accompagnare a casa da Edoardo.”

Tace e mi guarda complice. Le sorrido. E' così disarmante. Così spudoratamente vitale.

Le sorrido ancora e me ne torno in salotto, al divano, al giovane matematico affabulatore. Guardo l'ora: quasi mezzanotte.

Mi immergo nella storia e saluto distrattamente mamma quando passa a recuperare le scarpe ed a darmi il bacio della buonanotte. La sento canticchiare sottovoce una canzone in spagnolo e mi fa così piacere vederla risplendere nei suoi colori brillanti.

Poi mi capita ancora di guardare l'ora.

Ed ancora.

Ed ancora.

Si fa tardi, sempre più tardi.

Non chiamerò Nina al cellulare.

Sono tentata di farlo ma non lo farò.

Ora me ne vado a letto. Sì a letto. E dormirò.

Non rimarrò sveglia spiando rumori e passi.

Però prima di andarmene a dormire – a dormire dico - le lascio un biglietto in camera.

Tesoro, ha chiamato un ragazzo di nome Angelo. Il numero glielo ha fornito tuo padre. Ha detto che non riesce a parlarti e che richiamerà ancora e ancora (testuali parole). Dormi bene piccina.”

Mi viene il dubbio che non dormirà affatto dopo aver letto queste righe.

Ed allora strappo il foglio e lo getto.

Tanto se glielo dico domani mattina non cambia nulla. Credo.

Che ore sono ora nel New England?”


Ed il sonno mi assale.

Sogno prati curati e ragazzi alati scuri sullo sfondo di un cielo turchese e giardini senza fine in cui ho paura di perdermi ed ovviamente mi perdo e mentre vago senza meta compare vicino a me Lorenzo ed all'improvviso piove e lui è fradicio ed io non voglio abbracciarlo ché ho paura di bagnarmi e mi tende la mano che è palmata e non voglio stringerla ma devo so che non posso rifiutare e mentre tendo la mia qualcuno mi chiama. Mi volto ma non vedo nessuno. Ci sono le lucciole davanti alla casa del nonno in campagna ed io cerco di catturane qualcuna da mettere sotto il bicchiere ché domani vi troverò delle monete. Corro ma so che non devo allontanarmi troppo nel buio. Non devo allontanarmi troppo. Anzi devo muovermi che tra poco inizia il servizio di mezzogiorno e l'osteria sarà piena di gente..


La mattina mi trova assonnata, ovattata. Guadagno la cucina e guardo fuori dalla finestra. Il silenzio avvolge i miei gesti lenti ed accurati. Mi muovo con attenzione. Misuro le distanze tra gli oggetti. Preparo la caffettiera e metto il bollitore in funzione. Dopo pochi minuti entra mia madre con addosso la sua vestaglia giapponese che le invidio terribilmente.

Sono le dieci, ti rendi conto querida? Siamo tremendamente decadenti. In verità l'unica che ha il diritto di dormire fino a tardi è Nina con i suoi venti anni. Ma noi due?”

Mi guarda sorridendo. Deve aver passato veramente una bella serata. Mi fa ridere vederla così eccitata, così allegra. All'improvviso il torpore viene spazzato via dall'odore del caffè e dal tono leggero della sua voce.

Ma allora non mi dici nulla del tuo pranzo?”

Beh in realtà ci ho provato. Comunque inizio a raccontare del Boni e delle chiavi e della pioggia e della campagna e..

No no, ricomincia. Riprendi da capo.”

Nina è entrata in cucina. Ha addosso solo la maglietta extra large dell'università che le arriva a metà gamba. Sembra ancora la bambina che era.

Ma bando alle ciance, ok? Lui com'è??”

Ah il fantomatico Giorgio Boni.
Dunque immaginate un latin lover ma di quelli che sanno il fatto loro, presenza e savoir faire e tutto il contorno. Conosce la materia ma le sue cartucce, che spara a ripetizione, risultano abbastanza patetiche anche se lui le vorrebbe fuochi d'artificio. Ci spera. Ma sì alla fine è una persona che sta cercando di cambiare vita, le sta provando tutte per farlo. Certo il riflesso incondizionato degli sguardi “assassini”, delle pause studiate non è facile da rieducare. Però si impegna per modificare il corso della sua vita. Ci tiene davvero. E' uno di quei cinquantenni che probabilmente da giovani volevano fare la rivoluzione, si sentivano artisti che avevano qualcosa di definitivo da dire al mondo, come niente il Boni suona la chitarra ed ha preso lezioni di sassofono. Poi gli è rimasto solo Tom Waits.
Adesso parte alla riscossa per riscattare la sua vita, ostaggio del mercato immobiliare. Dice di avere mezzi e conoscenze per pagarlo, il riscatto. In concreto vuole riaprire, nei locali dell'osteria, un ristorante in società con uno chef (niente male) che ha già una locanda in collina. E' lì che abbiamo mangiato. Benissimo detto tra di noi. Però gli ho detto chiaro e tondo che..

Suona il telefono.

Sono le dieci e mezzo di mercoledì, 5 Ottobre 2005. Fuori ci sono venti gradi, una temperatura piacevole per la stagione, un sole carezzevole ed un brezza gentile. Le serrande dei negozi sono già state alzate, il postino ha iniziato il suo giro, due liceali hanno seccato la scuola e se ne vanno in giro mano nella mano osservando come il tempo sembri diverso, dilatato, la mattina. Mia madre sospira e risponde.

Nina è per te. Un certo Angelo”.

Guardo Annina che di scatto solleva la testa. All'improvviso è tesa.

Si alza e prende il cordless dalla mano protesa della nonna.

Si avvia in salotto ed il passo è rigido.

Ma chi è??” mi domanda subito Ana.

Ah non dovrei saperlo ma lo so.

I minuti scivolano lentamente uno dietro l'altro. Rimaniamo in silenzio. Nessuna delle due ha voglia di continuare il discorso senza Nina anche se temo che oramai avremo altri argomenti da affrontare.

Dopo circa mezz'ora Annina torna in cucina pronta per uscire.

La scruto attentamente facendo finta di non guardarla.
Mia madre tenta la stessa operazione e queste nostre manovre la fanno scoppiare a ridere.

Smettetela voi due. Prometto che vi racconterò tutto. Ma non ora. Ora vado a farmi un giro. In verità vado a trovare una persona ma inutile fare domande, ok? Vi racconterò tutto, promesso. Vi basti sapere che sto bene. Besos, mi chicas”.

Ah beh allora è proprio vero, non c'è nulla di meglio di un chiodo per scacciare un altro chiodo.


postato da: BiancaSperandio alle ore giugno 26, 2008 23:39 | link | commenti (11) | commenti (11)
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venerdì, 20 giugno 2008

Capitolo XXI


- Bisogna calcolare ogni possibile variabile-


L'appuntamento è fissato per le undici, davanti alla porta dell'osteria.